Gli Npl non sono la causa. Per almeno 3 motivi

Lo scenario macro del nostro mercato va assestandosi con il perfezionamento (o quantomeno la decisione in merito) delle due grandi operazioni pending.

MPS ha avuto il benestare da Bruxelles per il piano di ristrutturazione, che prevede la cessione ad Atlante di 26mld di crediti deteriorati.

Le due Venete cedono la banca “buona” a Intesa Sanpaolo a prezzo simbolico, e lo Stato anticipa il necessario per evitare il default scommettendo sul recupero dei crediti da parte di SGA.

Pensandoci bene sono due modi diversi di dire la stessa cosa; pensandoci ancora meglio, di fatto una vera e propria cessione di crediti non c’è stata. Non è come quando si va al mercato a comprare la frutta: lì si paga il fruttivendolo e si viene a casa con la frutta. In questo caso è rimasto tutto al fruttivendolo, anche se ha battuto lo scontrino.

Guardando al recente storico delle transazioni,  i numeri sono certamente significativi; in molti casi però possiamo parlare di cessioni solo in senso tecnico…

Si nota in generale frenesia nel voler vendere/cartolarizzare il più possibile e il prima possibile, vuoi per i dettami BCE, vuoi anche per la convinzione (ormai diffusa e popolare) che gli NPL siano la zavorra delle banche e dell’economia.

Siamo proprio certi che sia così?

Noi sospettiamo che sia il contrario. E che rappresentino un effetto e non una causa di quanto sta accadendo. Per almeno 3 motivi:

1. Saranno pure non-performing, ma sono uno dei pochi asset rimasti alle banche

Se intendiamo per “asset” un qualsiasi bene che produce reddito, i veri asset delle banche oggi sono tre: le persone, la rete e la presenza territoriale, i crediti. In questa fase di declino (inarrestabile?) del core-business è difficile pensare che la cosa migliore per una banca sia liberarsi di tutti i propri asset. Peraltro in un momento di transizione dove buona parte del personale è impiegata in attività poco redditizie, a volte rese superflue dalla tecnologia.

2. La correlazione molti npl/pochi mutui non trova riscontro alla prova dei fatti

Dai dati in nostro possesso risulta che le banche sarebbero ben felici di erogare a soggetti “meritevoli”. Il punto è che i “non meritevoli” oggi non li finanzia più nessuno (per non ricadere negli errori del passato) e sono la maggioranza; gli altri se li contendono abbattendo i tassi con una marginalità insostenibile.

3. Anche ipotizzando di avere zero npl, non c’è certezza di una correlata crescita economica

Ci viene da pensare che l’azzeramento degli NPL possa avere come impatto l’esatto contrario: citando ad esempio il mercato immobiliare, la cessione massiva degli NPL condurrebbe nel medio periodo a un’impennata dell’offerta e a una logica correzione dei prezzi di vendita.

Tirando le somme, non ci sembra affatto che gli NPL siano i mali, e la loro epurazione la panacea. Il ruolo dei servicer/fondi che investono in NPL e il Loro impatto sull’economia reale è sopravvalutato. Dire questo non porta certamente acqua al nostro mulino, ma tant’è.

Siamo convinti che cessioni mirate e on demand abbiano un effetto migliore nei confronti dell’azienda banca. In questo modo il servicer risponde a un reale bisogno del committente, definito nelle dimensioni e nel tempo, come per una normale fornitura di servizi.

Per avere effetti benefici sull’economia reale occorre che la politica e i grossi centri di liquidità concentrino i Loro sforzi altrove.

Emanuele Grassi

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